ANMIG Sezione di Varese
 

Iniziative culturali
27 gennaio 1945.
I "musulmani" della Shoah

Occorre forse oggi interrogarci riguardo al futuro della memoria della Shoah: passati 71 anni da quando i Soldati dell’Armata Rossa trovarono all’apertura delle porte del Campo i superstiti vaganti come astri spenti, intervenuto nel 2000 il legislatore con l’istituzione della Giornata della Memoria con i rischi di usura retorica che l’ufficializzazione di eventi talvolta comporta, al lumicino ormai la voce dei testimoni, allontanatasi la commozione dell’esperienza diretta di parenti, amici e conoscenti dei travolti, assediata dalle tesi negazioniste, sbiadita dall’incombere di tragedie storiche più recenti, cosa significa nel 2016 esserne testimoni?
Già lucidamente e perentoriamente Primo Levi diceva:“Non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri [...], sono loro, i “musulmani” i testimoni integrali; ma chi ha visto la Gorgona, chi ha toccato il fondo, non è tornato per raccontare, o è tornato muto. Sono loro la regola, noi l’eccezione. Noi, toccati dalla sorte, abbiamo cercato [...] di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso per “conto terzi”.
Chi erano nel campo i musulmani? Essi erano, per testimoni diversi quali Levi, Wiesel, Bettheleim, come morti viventi, cadaveri ambulanti. Affamati, degradati, appartenevano a un regno intermedio tra la vita e la morte, tra l’umano e il non umano: non erano – sintetizza Pier Vincenzo Mengaldo – né veramente vivi, né ancora morti, né ancora veramente uomini, né del tutto non uomini.
Sulla natura critica e precaria della testimonianza, un concetto simile esprime Elie Wiesel «Quelli che non hanno vissuto quell’esperienza non sapranno mai che cosa sia stata; quelli che l’hanno vissuta non lo diranno mai; non veramente, non sino in fondo. Il passato appartiene ai morti, e il sopravvissuto non si riconosce nelle immagini e nelle idee che pretendono di descriverlo».
Terminiamo ricordando che un importante filosofo contemporaneo, Giorgio Agamben, è tornato più di recente su questi temi, ponendo al centro della sua riflessione il tema della ricerca di una nuova mappa etica, in cui ripensare sia la figura del “musulmano”, l’uomo ridotto al non umano, sia il tema della “testimonianza” quale è quella del sopravvissuto che è dunque “un discorso per conto di terzi”, un parlare in “loro vece”, “per delega”. Etico è testimoniare per colui che non può testimoniare, integrare e compiere ciò che altrimenti resterebbe incompiuto. Nuova figura quindi del testimoniare che interpella anche noi.


Giuseppe Blumetti

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